Arte
Architettura

Ephemeral Nomadic Trace

Ephemeral Nomadic Trace

Ambiti

Ricerca

Timeframe

2024

-

2025

Team

Simone Sanna (@s_imone.s): concept, art direction, composizione e prompting, post-produzione e impaginazione

Descrizione

Ephemeral Nomadic Trace è un progetto grafico che esplora il concetto di nomadismo, abbandono ed effimero. In uno scenario post-apocalittico i grandi spazi architettonici in rovina — serre, portici, invasi industriali — un tempo appartenuti a una comunità stanziale, sono ora testimonianza di una civiltà passata. In questo immaginario le persone sono costrette a spostarsi di continuo, senza potersi fermare a lungo.

Durante le soste costruiscono architetture effimere dentro le strutture preesistenti: reti e teli traforati rosa, tesi fra pilastri e capriate, appesi ai solai o lasciati ricadere sull’acqua. Funzionano da riparo provvisorio e da fil rouge che lega fra loro le immagini del progetto, segno di continuità e insieme di transitorietà. Anche nel cambiamento continuo l’uomo lascia sempre una traccia di sé, e queste costruzioni ne sono la testimonianza.

L’impossibilità di prendersene cura le trasforma in archeologie: tracce come monito del passaggio umano, spazi invasi dalla vegetazione spontanea che cresce rigogliosa fra le rovine, attraversati da specchi d’acqua formati dalle piogge che penetrano dalle coperture crollate. Restano gli oggetti della sosta e del riposo — sedute, ombrelloni, pontili, strutture galleggianti — mentre le figure umane sono poche e isolate: una presenza sospesa, due sagome ferme nell’acqua bassa. È questa quasi assenza ad accentuare il senso di abbandono e a mettere in luce la fragilità delle costruzioni effimere e l’impronta lasciata dalla comunità nomade.

Dove la comunità stanziale si è ritirata resta una rete tesa fra le rovine: l'ultima traccia di chi è passato.

Ephemeral Nomadic Trace esplora nomadismo e abbandono in uno scenario post-apocalittico.

Le rovine di una comunità stanziale ospitano le architetture effimere di chi si è fermato per poco: reti e teli traforati rosa, tesi tra pilastri e capriate, sono ciò che resta e segnano il passaggio umano.

L'immagine nasce a mano, composizione e atmosfera, e solo all'ultimo passa dagli strumenti super-digitali.

Teli e reti traforate sono l'unica architettura possibile: si montano, si abbandonano, restano.

L'acqua entra dai solai crollati e la vegetazione riprende gli spazi: qui il decadimento è già rinascita.

Progetti simili

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Ephemeral Nomadic Trace

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Team

Simone Sanna (@s_imone.s): concept, art direction, composizione e prompting, post-produzione e impaginazione

Descrizione

Ephemeral Nomadic Trace è un progetto grafico che esplora il concetto di nomadismo, abbandono ed effimero. In uno scenario post-apocalittico i grandi spazi architettonici in rovina — serre, portici, invasi industriali — un tempo appartenuti a una comunità stanziale, sono ora testimonianza di una civiltà passata. In questo immaginario le persone sono costrette a spostarsi di continuo, senza potersi fermare a lungo.

Durante le soste costruiscono architetture effimere dentro le strutture preesistenti: reti e teli traforati rosa, tesi fra pilastri e capriate, appesi ai solai o lasciati ricadere sull’acqua. Funzionano da riparo provvisorio e da fil rouge che lega fra loro le immagini del progetto, segno di continuità e insieme di transitorietà. Anche nel cambiamento continuo l’uomo lascia sempre una traccia di sé, e queste costruzioni ne sono la testimonianza.

L’impossibilità di prendersene cura le trasforma in archeologie: tracce come monito del passaggio umano, spazi invasi dalla vegetazione spontanea che cresce rigogliosa fra le rovine, attraversati da specchi d’acqua formati dalle piogge che penetrano dalle coperture crollate. Restano gli oggetti della sosta e del riposo — sedute, ombrelloni, pontili, strutture galleggianti — mentre le figure umane sono poche e isolate: una presenza sospesa, due sagome ferme nell’acqua bassa. È questa quasi assenza ad accentuare il senso di abbandono e a mettere in luce la fragilità delle costruzioni effimere e l’impronta lasciata dalla comunità nomade.

Dove la comunità stanziale si è ritirata resta una rete tesa fra le rovine: l'ultima traccia di chi è passato.

Ephemeral Nomadic Trace esplora nomadismo e abbandono in uno scenario post-apocalittico. Le rovine di una comunità stanziale ospitano le architetture effimere di chi si è fermato per poco: reti e teli traforati rosa, tesi tra pilastri e capriate, sono ciò che resta e segnano il passaggio umano.

L'immagine nasce a mano, composizione e atmosfera, e solo all'ultimo passa dagli strumenti super-digitali.

Teli e reti traforate sono l'unica architettura possibile: si montano, si abbandonano, restano.

L'acqua entra dai solai crollati e la vegetazione riprende gli spazi: qui il decadimento è già rinascita.

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Ephemeral Nomadic Trace è un progetto grafico che esplora il concetto di nomadismo, abbandono ed effimero. In uno scenario post-apocalittico i grandi spazi architettonici in rovina — serre, portici, invasi industriali — un tempo appartenuti a una comunità stanziale, sono ora testimonianza di una civiltà passata. In questo immaginario le persone sono costrette a spostarsi di continuo, senza potersi fermare a lungo.

Durante le soste costruiscono architetture effimere dentro le strutture preesistenti: reti e teli traforati rosa, tesi fra pilastri e capriate, appesi ai solai o lasciati ricadere sull’acqua. Funzionano da riparo provvisorio e da fil rouge che lega fra loro le immagini del progetto, segno di continuità e insieme di transitorietà. Anche nel cambiamento continuo l’uomo lascia sempre una traccia di sé, e queste costruzioni ne sono la testimonianza.

L’impossibilità di prendersene cura le trasforma in archeologie: tracce come monito del passaggio umano, spazi invasi dalla vegetazione spontanea che cresce rigogliosa fra le rovine, attraversati da specchi d’acqua formati dalle piogge che penetrano dalle coperture crollate. Restano gli oggetti della sosta e del riposo — sedute, ombrelloni, pontili, strutture galleggianti — mentre le figure umane sono poche e isolate: una presenza sospesa, due sagome ferme nell’acqua bassa. È questa quasi assenza ad accentuare il senso di abbandono e a mettere in luce la fragilità delle costruzioni effimere e l’impronta lasciata dalla comunità nomade.

Dove la comunità stanziale si è ritirata resta una rete tesa fra le rovine: l'ultima traccia di chi è passato.

Ephemeral Nomadic Trace esplora nomadismo e abbandono in uno scenario post-apocalittico. Le rovine di una comunità stanziale ospitano le architetture effimere di chi si è fermato per poco: reti e teli traforati rosa, tesi tra pilastri e capriate, sono ciò che resta e segnano il passaggio umano.

L'immagine nasce a mano, composizione e atmosfera, e solo all'ultimo passa dagli strumenti super-digitali.

Teli e reti traforate sono l'unica architettura possibile: si montano, si abbandonano, restano.

L'acqua entra dai solai crollati e la vegetazione riprende gli spazi: qui il decadimento è già rinascita.

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